| INTORNO AL FUOCO |
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| Scritto da Stefano Testa |
| Lunedì 11 Ottobre 2010 14:46 |
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Ciao! Sono Kousso, ivoriana, ho venticinque anni e vivo ad Anyama-Adjamé. Abbiamo appena accompagnato e salutato Elena all’aeroporto: è di ritorno in Italia.
Ho vissuto un mese e mezzo con lei: l’ho seguita passo dopo passo, l’ho vista riflettere, commuoversi, ridere, arrabbiarsi, gioire, ingrassare. Eh sì, ha mangiato tanto di quel riso, foutou (pietanza fatta di manioca e banana), attieké (couscous di manioca) e banana fritta che è riuscita a prendere qualche chilo. Per tutto questo tempo è stato bello guardare lo stupore nei suoi occhi ed è stato affascinante vedere la mia gente attraverso lei. L’ho vista arrivare con quella sua aria fragile, correre incontro Alexis e Anne e riabbracciarli dopo alcuni anni, le ho letto negli occhi quella felicità che ti prende all’improvviso e che divampa come un fuoco. Ora la vedo andare via: questi distacchi mi fanno male ma mi consola il suo volto disteso e conscio di lasciarci. Lei sa che ogni volta che vorrà tornare qui sarà accolta come se fosse a casa: ha fratelli e sorelle che la aspettano. Mi ha lasciato una lettera… Cara Mamma Africa, ti ringrazio per avermi accompagnata in questo cammino, sei stata un’amica preziosa. Ti racconto com’è stata la mia Africa per la seconda volta… È semplice… un giorno ti svegli con le treccine, con la voglia di indossare abiti africani, con il desiderio di affondare le mani per fare palline di attieké da inzuppare nel sugo, il mio preferito è quello di melanzane, oppure intingere i polpastrelli in quell’ appiccicosissimo ma buonissimo foutou; ti metti a lavorare la manioca insieme alle donne del villaggio e a lavare i panni a mano e… voilà! Per me è stato naturale immergermi in questo ambiente aiutata certo da buoni ingredienti come l’osservazione e lo spirito di adattamento. Appena arrivata mi è sembrato assurdo come dopo tutto il tempo passato lontano da qui, precisamente tre anni, questo posto mi fosse ancora molto familiare, come se non me ne fossi mai andata. Ci deve essere una parte di me che ho lasciato vivere qui! La casa, l’ho ritrovata come se non l’avessi mai lasciata: accogliente, intima. L’ho riesplorata per scoprire se qualcosa fosse cambiato: stessi letti, stesse zanzariere, stessi bagni, stessa cucina. Sono stati solo aggiunti in alcune stanze dei ventilatori ai soffitti. Mi mancheranno quelle pareti blu, richiamo dell’oceano, che mi infondevano calma e tranquillità. Ogni giorno ripercorrendo le strade del villaggio riprendevo confidenza con i solchi che avevo lasciato: non te lo volevo dire ma credo si siano ingigantiti!! E poi la sera non è stato più necessario uscire con la torcia perché nelle strade principali sono stati messi i lampioni della luce. Però così la sensazione di poter toccare il cielo con un dito è svanita… tutto ha un prezzo! Con mia grande gioia non sono cambiate l’accoglienza calorosa della gente, il sorriso dei bambini, la loro forza e vitalità, il loro “ciao ciao” al passaggio di noi bofuenà (i bianchi in Attié), il loro giocare anche se sta piovendo incessantemente. Non c’è niente da dire sono loro il cuore pulsante della Terra: la loro vivacità e il loro sorriso guariscono da ogni dolore. È bellissimo vedere i fratelli e sorelle giocare insieme e come si prendono cura l’uno dell’altro. Sono responsabili e imparano presto a cavarsela da soli. E poi c’è chi li mette al mondo: le Mamme! Sì loro… che lavorano nei campi, che cucinano per ore ed ore, che faticano a piegarsi con i loro figli sulla schiena e a camminare con le ceste pesantissime o i tronchi sulla testa. Le vedi partire in piccoli gruppi la mattina presto e ritornare la sera quando ormai il sole è già andato a dormire. Strano però, non ho letto la fatica nei loro volti. Strano perché non le ho mai sentite lamentarsi. Strano… in Italia ci lagniamo per molto meno! E non ho smesso di perdermi nei loro gesti presenti, vivaci, forti, nell’azione di riporre i loro bambini sulla schiena, avvolgerli in quel pezzo di stoffa colorato, di modo che siano in contatto continuo con la madre, dove si scorgono solo la testa e i piedini. Le osservavo nel loro modo di lavare i bambini così semplice e minuzioso. È una delle tante pellicole messe in “archivio” che continuerei a vedere senza pausa. La quiete che mi dà questo posto mi segue ad ogni passo come un’ombra. Purtroppo le fa compagnia anche la morte: la gente ormai abituata ai decessi e alle malattie è carica di cinismo di fronte a tali realtà che mi sorprende, a tratti mi disarma. Ci sono malattie che da noi sono facilmente curabili, qui invece ci si muore. Le visite, le medicine e le cure costano troppo per alcuni di loro e non tutti quindi possono permettersele. Continuate a ripetere “ça va aller” (andrà meglio) come se la situazione si sistemasse da sola o come se vi foste arresi al vostro vivere o al vostro morire. Non è giusto. C’è la possibilità di curarsi, esiste, forse bisogna solo trovare il modo di renderla accessibile. Ma come? Ci sono Granelli seminati che fanno sperare: i centri sanitari, le scuole, i progetti di microcredito. Ho visto una giovane donna piena di volontà pronta ad avviare la sua attività di pasticceria. Oltre a tutte le persone che mi sono state vicine durante quest’esperienza ho fatto anche degli incontri speciali: nella giornata trascorsa all’oceano mi sono imbattuta in Adeline una ragazza che vende vestiti sulla spiaggia. Mi ha raccontato dei suoi viaggi in Ghana, Mali e Mauritania. I viaggi, dice, ti portano nuovo sapere e mi narra un proverbio: chi è più “vecchio” tra un giovane che viaggia e un anziano che non esce dal suo villaggio? Ebbene è il primo perché acquisisce maggiori conoscenze ed è più aperto nel comprendere gli altri. Si vede subito che Adeline è una ragazza sveglia e senza pregiudizi. E poi c’è l’artista musulmano che produce delle collane bellissime e parla della sua arte con quel luccichio negli occhi che mi colpisce. Mi confessa che a volte è demoralizzato perché vorrebbe che le sue creazioni venissero valorizzate dalla gente che le acquista, e non banalizzate come spesso accade. Certo che è difficile per lui visto che vive in una casetta sperduta nella foresta! Mi dice che la nostra visita gli ha dato coraggio e uno stimolo nuovo, si è sentito apprezzato visto che gli abbiamo commissionato almeno una ventina di collane per gli italiani. E poi Prisca, cuoca e mia cara amica: la sua bella pelle compatta, le sue forme rotonde, il suo sorriso radioso. Lei che veniva ogni mattina a bussare sulla porta della mia camera per dirmi che era arrivata, come a dire che da sola non voleva stare e che mi dovevo muovere a vestirmi! La sento ancora chiedermi: “assaggia, ti piace?”, sapendo benissimo che le avrei detto sì… Mi ha accudito e nutrito come una sorella che non ho mai avuto. Nel mio cuore ci sono anche Anne e Alexis, colonne portanti del Granello di Senape in Costa d’Avorio e amici speciali con cui confidarsi. Siamo uniti da un filo che neanche la forte pioggia battente che ho visto in questi giorni potrà sfilacciare. E poi c’erano i miei spazi “italiani” riservati alle lunghe e preziose chiacchierate liberatrici con Sara durante il bucato o la sera appoggiate al muro costruito intorno alla casa; e le passeggiate serali per il villaggio con Michel, importante compagno di viaggio, durante le quali spesso capitava di essere invitati a bere del kutukù (distillato del vino di palma) da qualche autoctono. I racconti della gente, i canti e le danze intorno al fuoco, il suono dei tamburi sono i vari tasselli che compongono il mio puzzle di questa incredibile realtà. Divertente notare quando ad una certa ora di sera il villaggio si svuotava, le persone sembravano essere state inghiottite dalla terra e invece si dileguavano tutti a guardare una telenovela, riuniti nelle case di chi aveva la televisione, e poi appena finita la puntata il villaggio si rianimava di nuovo pronto ad ascoltare musica fino a tarda notte! Certi popoli, quelli ancora non del tutto attraversati dal progresso, hanno quel modo di vivere umano, quella semplicità che pervade. Kousso, la città ci deforma i pensieri: ci offre comodità ma ci riempie anche di cose superflue e inutili, che finiscono col cambiare la nostra vera natura. Spogliata del superfluo ti senti viva. Ci sei tu e i sentimenti. In questo posto i battiti cardiaci rallentano, i muscoli si distendono e la pelle diventa più morbida ed elastica. I sentimenti si fanno più chiari come se te li trovassi scritti su un pezzo di carta: credo sia dovuto alla lontananza da tutte quelle sovrastrutture sociali che ci siamo creati noi cittadini dei paesi industrializzati. Siamo noi a far parte di un paese sottosviluppato non voi! Ora posso dire: me qua ze - me ne vado a casa… Ah dimenticavo… ho preso dalla dispensa qualche barattolo di sobrietà, spero mi sia sufficiente per un po’! Grazie! Ti abbraccio. Spero che in lei e in tutte le persone che sono passate di qui ci sia la volontà di pensare a noi ogni giorno e di non abbandonarci, perché noi non vogliamo camminare da soli. Elena Kousso
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| Ultimo aggiornamento Venerdì 12 Novembre 2010 09:10 |


















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