A fine febbraio, del tutto inatteso, è giunto l’invito dei nostri studenti bengalesi ad
organizzare l’Iftar nella nostra sede e di esserne- noi insegnanti – ospiti.
Iftar in arabo significa pasto serale e, nel mondo dell’Islam, indica il momento di rottura del digiuno nel mese del Ramadan.
E’ stata una serata intensa e particolare che ci piace ricordare con le parole di tutti quelli che vi hanno partecipato.
Marco (insegnante):
Da sempre, in ogni cultura, offrire il cibo- nutrire- è un gesto di pace, di cura, di vicinanza. Risponde ad un bisogno primario, universale, che per questo ci affratella: a tavola siamo tutti uguali. Eppure l’assistere di persona alla loro lunga e meticolosa preparazione, condita dal piacere che traspariva dai loro volti nell’affaccendarsi PER NOI, mi ha commosso. Poi, nella gioia esuberante che si è sprigionata nel condividere la tavola insieme, all’insegna di amicizia e spontaneità, i ruoli sono sfumati, trasformando ogni IO-TU in NOI. mi sono sentito in famiglia. Non avrei potuto ricevere dono più prezioso.
Arshad (studente):
Abbiamo voluto fare Iftar con voi perché in tanti è meglio e siamo più felici. Sono molto felice di averlo potuto trascorrere con tutti voi in un modo meraviglioso
Daniela (insegnante):
Indimenticabile è la prima parola che mi viene in mente se penso a questo mio primo Iftar nella ‘casa-comune’ che è diventata quel pomeriggio la nostra piccola Scuola. Un luogo che nelle favole si chiamerebbe ‘l’angolo della cuccagna’: bello a vedersi, squisito a mangiarsi, allegrissimo e super-divertente!
Cosa mi è rimasto più impresso? l’avere visto le nostre studentesse e i nostri studenti muoversi senza il peso del sentirsi degli stranieri, ma liberi di esprimersi come sono, dei perfetti padroni di casa. Insomma, mi sono sentita onorata di averli come amici!
Hassad (studente):
Per un musulmano non è possibile fare Iftar da soli, in tanti è meglio per il piacere di stare insieme a voi.
Alma (insegnante):
Quel giorno a lezione non era possibile per noi insegnanti entrare in classe. Almeno fino al tramonto. C’era un grande fermento. Mai avevo dato importanza all’ora del tramonto.
Alle sei in punto tutto era pronto e ci invitarono ad entrare. Noi, frastornati e incuriositi da mille colori, profumo di spezie, cibi e frutta a volonta’, entrammo. Loro, qualcuno in abito tradizionale, ci presentarono le pietanze: khajur (datteri), beguni (frittelle si melanzane), allurciop (frittelle di patate), piagiu’ (frittelle di lenticchie), chicken rule (frittelle di pane e pollo), solla (ceci), jilapi (frittelle dolci), muri (riso soffiato), paes (riso bianco con latte e mandorle) e persino la pasta fatta per noi con le verdure e frutta di ogni tipo gia’ tagliata.
Il brindisi fu come un grande abbraccio che univa la terra. Bisognava iniziare dai datteri. Quel dattero aveva il sapore di un sentiero sconosciuto che porta alla sommita’ di una montagna, dove il mondo si scopre in tutta la sua bellezza e da dove e’ possibile guardare lontano.
Maurizio (insegnante):
Prima di quella sera per me Iftar era solo una parola semi sconosciuta, come la quasi totalità delle parole arabe.
Invitare qualcuno al proprio Iftar è considerato un gesto di grande merito e generosità. La tavola imbandita diventa uno spazio di accoglienza dove il cibo viene moltiplicato dal piacere della compagnia. È in questo calore umano che si manifesta il vero spirito della cerimonia che aveva quindi per loro un significato speciale che avevano voluto condividere con noi.
Quello era, non solo il momento in cui si rompe il digiuno, ma è soprattutto l’occasione per testimoniare l’amicizia e gioire della reciproca compagnia e noi eravamo lì con loro a partecipare a tutto questo abbattendo ogni barriera linguistica.
Mamtez (studentessa):
Questo giorno è un giorno molto bello da ricordare, grazie a tutti mi mancherà moltissimo.
Non potevamo che ringraziarli per aver voluto vivere con noi quel momento che era diventato, almeno per quella sera, anche il nostro Iftar.
