Volevo insegnare la mia lingua madre a cittadini non italiani. Cercando in rete mi sono imbattuta nel sito delle Scuolemigranti, un coordinamento di più di cento realtà operanti in questo campo a Roma e nel Lazio. Tra queste la scuola di italiano Granello di Senape ha incontrato il mio interesse in particolare perché aveva solo poche classi, perché si rivolgeva a migranti adulti e perché era comoda da raggiungere. Per i motivi che descriverò si è rivelata molto più di questo e fonte preziosa di apprendimento. 

Ho quindi contattato la coordinatrice con la quale ho parlato a lungo al telefono; al termine della conversazione mi ha invitato a passare in sede in un giorno di lezione per conoscerla e per conoscere di persona gli studenti e le studentesse e accostarmi, da apprendista, all’approccio didattico.  Mi aveva molto incuriosito la parola chiave che aveva usato al telefono per descrivere la realtà della scuola: eterogeneità. In effetti, sin dal primo giorno e poi le volte successive, ho trovato una forte eterogeneità legata sia ai paesi di provenienza degli apprendenti (soprattutto Bangladesch, America centro-meridionale, Cina) che al genere, all’età, al livello di padronanza della lingua italiana, ai temperamenti e alle caratteristiche socio-relazionali di ciascuno. Tutte e tutti diversi ma tutte e tutti partecipanti, attenti, coinvolti, spesso divertiti e con gli occhi accesi dal desiderio e dal piacere di imparare. L’ottimo clima di classe è infatti uno degli elementi che ho percepito sin dall’inizio: l’insegnante prende in giro gli studenti, sé stessa e la sua giovane assistente Cecilia, propone scherzi e giochi da tavola finalizzati all’apprendimento, ride spesso con una risata aperta e contagiosa che produce allegria e distensione. È su questa base che gli studenti e le studentesse sentono di potersi esprimere e di poter sbagliare (ed essere corretti) in tutta tranquillità. La dimensione genuinamente non giudicante mi è sembrata uno degli elementi alla base delle pratiche didattiche che ho deciso di continuare ad osservare in questa classe, da febbraio a oggi, con una cadenza settimanale.  E, sempre parte della dimensione non giudicante, mi sono sembrate la capacità e la volontà di trattare l’errore non come qualcosa di sbagliato, ma come un’approssimazione a qualcosa di formalmente più corretto e fluido a cui arrivare insieme, non tanto attraverso l’intervento diretto dell’insegnante, ma attraverso la continua lode per gli sforzi fatti e con il contributo di tutti i membri della classe, dai più avanzati, ai portatori di un livello più impreciso e rudimentale di conoscenza della lingua italiana. 

In tal senso, un altro aspetto che mi ha molto colpito è la capacità delle insegnanti di mettere in atto continuamente forme di apprendimento cooperativo come ad esempio quando uno studente dice una frase formalmente imprecisa, che viene fatta correggere da una studentessa più avanzata, fatta scrivere alla lavagna da una terza persona, per poi esser fatta copiare sul quaderno a chi ne sente il bisogno: a ciascuno e a ciascuna viene dato un compito alla propria portata o leggermente oltre il già conosciuto, per potersi esercitare e fare un passetto più avanti sulla base del proprio potenziale di apprendimento. 

La riflessione sulla lingua, e più propriamente sugli aspetti grammaticali, avviene sempre a partire da ciò che emerge dagli scambi comunicativi orali, che tendono a occupare la maggior parte del tempo, e a vertere o sulle esperienze degli apprendenti o su stimoli appositamente scelti e selezionati dalle insegnanti. Questi si caratterizzano sia per la curiosità che possono suscitare (ad esempio video, canzoni, vignette) che per l’interesse che possono rivestire nella vita autentica degli studenti e delle studentesse (ad esempio un volantino sul servizio civile internazionale o il sito dell’ente -Cedis- per la certificazione dei livelli linguistici dei parlanti non italofoni). La visione e la lettura di questi materiali è accompagnata passo passo, cercando di chiarire il lessico specifico e i dati di contesto e soprattutto sottolineando come sfruttare al meglio le opportunità presentate. È a tal proposito che, a partire dall’analisi del sito del Cedis, alcuni apprendenti hanno deciso di provare a sostenere a breve l’esame per la certificazione del livello di italiano A2, il che -proprio ultimamente- sta orientando le lezioni con esercitazioni in classe sulle prove tipiche di questi esami. Grande attenzione è infatti posta a lasciar emergere e seguire quanto più possibile le esperienze e i bisogni di studenti e studentesse all’interno di una dimensione narrativa fortemente portatrice di senso. Questo avviene anche attraverso il richiamo alle lingue madre degli apprendenti, come patrimonio da non perdere, da valorizzare e mantenere vivo all’interno di un’esperienza migratoria che sempre contiene in sé il rischio della pura assimilazione alla cultura ospitante. L’accoglienza piena del portato di studenti e studentesse, insieme agli elementi, agli obiettivi e alle metodologie sopra accennati incarnano a mio avviso un approccio complessivo che ha, nella pedagogia emancipatrice di Paulo Freire, un riferimento forse non immediatamente leggibile ma forte e consapevole (Paulo Freire, La pedagogia degli oppressi, 1968).

È da un paio di volte che le insegnanti senior mi danno piccoli compiti di conduzione per provare a mettere in pratica almeno qualcosa di tutto ciò, ma c’è da dire che… tra il dire e il fare…! Per fortuna è stato avviato un percorso di formazione interna che utilizza le medesime metodologie e  alla quale sto partecipando. Ringrazio vivamente tutti i membri della scuola e in particolare la coordinatrice Daniela Piccone per l’accoglienza e per le opportunità che mi sono quotidianamente offerte. 

(a cura di Valentina Ghione)